Fenomenologia dei piloni campestri

Spesso malandati per l’incuria e ormai dimenticati dall’uomo dell’agricoltura tecnologica, i piloni campestri segnano ancora il paesaggio rurale e testimoniano la tradizione assai antica di porre le strade, i viandanti, i campi sotto la protezione della divinità. Detta tradizione è sicuramente precedente all’avvento del Cristianesimo ed è assai probabile che, almeno in alcuni casi, il santo cristiano abbia ereditato un determinato luogo da un precedente “santo” pagano. Questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di un grande pilone appena ricordato dalla tradizione orale che sorgeva nella zona detta Piliun a Cornale, all’incrocio dell’antica strada romana (collegante Asti e Alba) con la strada detta oggi via Cornale e che in antico doveva essere un lato di una maglia della contatto romana. In altri casi i piloni sono di origine più recente. Ad esempio il pilone del Bosco fu costruito verso la fine dell’800 per scongiurare le frequenti grandi- nate che flagellavano la collina. Ecco come Giuseppe Castello, classe 1908, ricorda l’origine dell’edicola: «Erano andati a costruirlo un fratello di Ghisiun di Marengo, il padre di Carlin ed un fratello del padre di Ernesto di Baghè, che era chiamato Caramusa. Avevano già quasi finito di costruirlo e la cupola era già fatta quando si è messo a grandinare e loro erano lì e si sono riparati dentro la nicchia ed è arrivato un colpo di fulmine… è andato a battere il fratello di Marengo è morto sul colpo e Caramusa non è morto ma è stato mezza giornata intontito che non sapeva più cosa si diceva!». Altre fonti riferiscono che il morto gli era caduto addosso e lui, che non capiva, mezzo imbalordito com’era, gli gridava di spostarsi. Il fulmine poi lo avrebbero attirato i ferri delle pale, che si erano messi vicini. Ricorda ancora Giuseppe Castello: «Dentro il pilone ci sono delle pitture, che devono vedersi ancora bene e deve essere stata la prima pittura che ha fatto Giovanni Rava. L’iniziativa di costruire quel pilone era partita da tutti quelli che avevano della terra lì attorno, hanno raccolto dei soldi e l’hanno fatto costruire tutti assieme. E mi ricordo che tante volte la nonna Pauleta e Carlinu Du Rusi, loro erano sempre un po’ caporione, facevano una squadra e andavano a dire il rosario là perché non capitasse niente … non grandinasse. L’avevano fatto sulla cima perché dominasse tutto il bosco. Quella collina allora era tanto nominata. Era tutta una vigna, perché la terra era buona e quel bosco che era rimasto in cima lo chiamavamo il bosco di lem».

Il santo che allontana le tempeste dai coltivi trova una eloquente raffigurazione nel pilone del Chiossona, nella vicina San Giuseppe di Castagnito. Là nella nicchia il santo effigiato allontana un nembo grandinifero e un fulmine dai coltivi. I piloni sorgono spesso sui culmini delle colline dominando lo spazio degli uomini, quasi torreggianti, ponendosi come “termini”, agli occhi dei viandanti e dei lavoratori dei campi. La struttura relativamente solida dei piloni è garanzia di durata e il santo che difende dalle calamità naturali tende ad essere raffigurato con espliciti segni di potenza, perché la sua forza deve dispiegarsi in perpetuo a protezione dei prodotti della terra, il cui ciclo produttivo ogni anno si rinnova. Il santo che domina i fulmini e i nembi grandiniferi è potenza numinosa e ciò che rappresenta punta più dei suoi caratteri formali.

Antonio Adriano da “Il Monte dei sette Castelli”


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