Della brutta Italia del boom economico già mille volte hanno detto, lamentando e condannando, ambientalisti, storici dell’arte, pensatori vari. ecc. ecc. Mai come in questi anni il rapporto tra uomo e ambiente è stato così alterato. Sconsiderato, così vuoto di tensione culturale. Per l’uomo del denaro e delle merci conta solo predare per accumulare, distruggere per arricchirsi.
Un’immagine emblematica di questo secolo agonizzante, può essere letta negli occhi smarriti, vagamente ebeti del weekendista che dai finestrini dell’automobile guarda senza nulla vedere. Egli non sa più udire le parole dei luoghi, la gente e segni stratificati. Del resto grigiori d’asfalto, capannoni, insegne sbavate, fili che segmentano il cielo, ciminiere dallo sputo velenoso, grovigli di tubi (quasi viscere scoperte di una bestia immonda), non lasciano più riemergere storie.
Intanto la vecchia storia contadina è sfinita. Le vecchie cascine costruite col rosso mattone padano caldo-luminoso, sono spesso disseccate e slabbrate come teste di morto. Gli ultimi grandi alberi delle antiche piante sono spesso fioriti, ai fianchi delle strade e dei corsi d’acqua, di sbrandelli di plastica e di cartacce, torrenti, canali, rogge, rii, un tempo vivi di pesci, di rane, di lucciole e di libellule, scorrono solo più d’acqua cessina e di scarichi industriali, asfissianti liquidi di gelatinosa pre-morte.
Si potrebbe dire, estendendo un concetto di Marc Augè, che tutto il moderno spazio antropico tende a diventare un nonluogo.
Il nonluogo è il luogo della solitudine degradata, dello sradicamento splenetico. È il luogo che non può essere fruito bioesteticamente, che non può essere raccontato né mitizzato. (pensiamo invece al paesaggio-mito, vivaio di simboli in Pavese).
Molti moderni operatori del ramo agricolo sono portati a ridurre le categorie estetiche del paesaggio alla sola funzione utilitaria. Per loro una “bella” campagna deve essere spianata e ripulita, senza alberi “estranei”, senza siepi, priva di elementi “inutili” quali capanni e piloni, produttiva al massimo. Una così “bella” campagna, chimica razionale, moderna è in verità un monotono e asfittico deserto di produzione, un ambiente banale, un nonluogo. La nostra attenzione vuole invece andare al paesaggio agrario tradizionale, alla storia, ai valori e alla memoria delle comunità contadine che “anno dopo anno, pietra dopo pietra, mietitura dopo mietitura”, lo hanno modellato. Il paesaggio rurale non è un elemento statico, fermo nel tempo. Sempre è mutato con l’evolversi delle tecniche agrarie e delle esigenze produttive. Ma nei secoli passati, negli anni dell’età del pane e delle mani, i mutamenti portati dalla dura fatica dell’uomo, sono stati quasi impercettibili. “Essi-ha scritto R. Strassoldo-hanno reso possibile il raggiungimento di equilibri temporanei, e soprattutto l’adattamento graduale delle percezioni e dei giudizi estetici”.
L’agricoltura dei supertrattori e delle ruspe, non sa che farsene di tutto ciò. Essa non vede i colori cangianti nelle stagioni, non sente i profumi della vegetazione e della terra. Spiana e distrugge il passato. Per l’agricoltore-macchina una sistemazione campestre deve essere simile a quella di un aeroporto o di un parcheggio da discoteca. Non più quindi sentieri, boschetti e fontane; non più piccoli campi con varietà di forme e colori; non più siepi, cespugli colorati di bacche e cascinali liberi nel verde; oggi ci sono frutteti e vigneti così belli che sembrano finti con le loro foglie e i loro frutti lucidi di chimica, coi loro sostegni di cemento e di plastica: paletti che hanno reso intere colline simili a cimiteri di guerra. Sono coltivazioni immerse, per il loro rigoglio artificiale, in una perenne ombra malsana di limbo, senza il minimo palpito di vita di un passero, di una farfalla, di una coccinella. In alcune zone la produzione intensiva l’odore ammorbante della chimica pesticida, ristagna nell’aria da febbraio a settembre quasi senza soluzione di continuità.
Antonio Adriano
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