Le borgate sono abitate da famiglie che vi sono spesso insediate da generazioni e quindi ben radica- te alle consuetudini e alla cultura del luogo. Ogni famiglia dispone di una propria abitazione o di un proprio rustico, mentre l’ampia corte rettangolare costituisce uno spazio comune per le manovre dei carri agricoli e per i lavori complementari connessi ai cicli stagionali (trebbiatura, spannocchiatura, vendemmia, ecc.), cui un tempo tutta la borgata partecipava.
L’aia in terra battuta destinata all’essiccazione dei prodotti agricoli, veniva periodicamente rassodata con un preparato di sterco bovino disciolto in acqua. Questa operazione era detta ambisè r-era.
C’è una pagina pavesiana di Notte di festa (poi fraintesa da critici letterari che poco o nulla capiscono di campagna) in cui lo scorrere dei “liquido nerastro” è visto come terrestre rito gaudioso in un emanarsi di acri umori e intensi sanguigni umidori: “sulla pallida sodezza dell’aia scalpiciavano i piedi nudi […] Fra i due garzoni […] cominciò a scorrere quel liquido nerastro, in un impeto schiumoso. Piombò giù come l’olio e allagava. I due garzoni eran saltati indietro. ‘Sotto, voi, – ruggì il Padre nei muscoli tesi, – sotto, dentro, allargate’. E allora i due si piegarono e menarono le frasche. Veniva giù uno stramazzone dopo l’altro e faceva uno scroscio schiumoso sprizzando le zacchere da tutte le parti. C’eran saltati anche coi piedi e si dibattevano a gara, levando in alto le scope fischianti, abbassandole subito perché sgocciolavano, serrando gli occhi e distogliendo il naso, sfiorandosi a volte nel colpo, sordi e invasati“.
Antonio Adriano da “Roero, viaggio in una terra ritrovata“

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